postato da JackDaniels87 alle ore 13:04
mercoledì, 23 aprile 2008

"Da queste foto io non lo direi
che di tutta 'sta gente solo noi
siam rimasti uniti
senza fotterci mai
Sull'amicizia e sulla lealtà
ci abbiam puntato pure l'anima
per noi chi l'ha fatto
chi per noi lo farà
Quanti in questi anni ci han deluso
quanti col sorriso dopo l'uso ci hanno buttato"
Che poi l'aria che si respira è sempre questa, ma certe volte non te ne rendi conto. Preso dai tuoi pensieri, dai tuoi impegni, da quelle cose che si accumulano nel tempo e che non ti riportano più alla spensieratezza degli anni che furono.
C'è che quando ripenso a un po' di anni fa, i più difficili della mia vita, forse, ci penso con serenità, sì, ma con un briciolo di malinconia. Mi mancano.
Mi manca la scuola, mi manca l'organizzare di mattina le cavolate della sera, mi manca non vedere continuamente le facce che un tempo vedevo. Mi manca non essere più com'ero e come eravamo, semplicemente. Quell'idiozia magica, quasi unica, che ci faceva fare cose che forse adesso non faremmo nemmeno più, se ne avessimo l'occasione.
Quando stavo male, e di momenti ce ne sono stati, mi sentivo morire. E anche quando poi ci vedevamo tutti, uscivamo, facevamo casino, o semplicemente stavamo insieme, un po' di quel malessere rimaneva, seppur leggermente sopito e non in superficie. Pensavo che sarebbe rimasta in eterno quella sensazione che mi portava a ritenere quel periodo una parentesi negativa, che tale sarebbe rimasta per sempre nei miei ricordi.
Sbagliato: mi manca tutto.
Tutto cambia, sarà anche vero, ma raramente cambia in meglio.
L'unica cosa vera, purtroppo o per fortuna, è che tutto è passeggero, che per amici (o presunti tali) che perdi, ce ne sono altri che trovi.
Mi sta capitando spesso, ultimamente, di far tardi di notte parlando con certe persone. Con alcune mi sono aperto, ho cercatodi instaurare un rapporto di confidenza più stretto dei soliti, con altre si è ancora più in superficie. Ma sono comunque persone che, anche se conoscevo già da tempo, si stanno avvicinando ora. E' una fortuna, compensano in qualche modo le tante, tantissime persone che all'epoca c'erano e oggi non ci sono più.
Persone con cui ci si sentiva pronti a combattere in eterno, uniti dalla vita e, in alternativa, dai nostri interessi. Capaci di passare 6-8-10-12 ore al giorno insieme, senza stancarsi mai, ma trovando anzi sempre un motivo nuovo per legarsi ulteriormente.
Ci abbiam puntato pure l'anima,
davvero.
Credo che non sia andata bene, o almeno questa al momento è l'impressione.
La cosa peggiore è rievocare un momento passato, magari un viaggio in 4 in macchina, e capire che sarebbe irripetibile ora. Capire che nessuno dei tuoi 3 compagni di viaggio fa parte della tua vita, anche se con 2 di loro a volte ci si vede. Una sorta di tentativo di mostrare a se stessi che il distacco non c'è stato, secondo me.
Per fortuna però alcune facce rimangono, alcuni rapporti si rafforzano, e altre discussioni notturne fanno pensare che sì, effettivamente di tanto in tanto può nascere qualcosa di nuovo.
"Lo squadrone siamo noi", Max Pezzali diceva così...

Per il resto che dire, sono diventato ufficialmente uno stronzo, ma di quelli veri.
Quello che non si fa mai sentire ("oh mi puoi anche scrivere?" "perchè, tu l'hai fatto?"), quello che fa il bastardo ("perchè fai così con me, cosa è cambiato?" "così come?"), quello che invece di cercare il dialogo lo evita ("guardami, non guardare di là!").
Quello che, probabilmente, ha imparato (forse per la prima volta, forse davvero) a chiudere delle porte. Stronzo Q.B.,  quanto basta; stronzo il giusto, nel caso specifico. Per altri casi chissà, questo è un passo avanti.
"ehi piccola... guarda che non importa che tu mi sorrida ogni volta che mi vedi, tu per me sei come morta, tu sorridi ma io non ti vedo"
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postato da JackDaniels87 alle ore 22:22
domenica, 06 aprile 2008

E' possibile cominciare a 20 anni a sentire che "la vita è un cerchio"?

Negli ultimi 2 anni l'ho già detto/pensato un po' di volte, ma oggi mi sono trovato davvero in quella strana sensazione.
Quando ti trovi per la prima volta dall'altra parte della barricata, quando capisci che solo 2 anni fa ero un ragazzo che doveva ascoltare il suo allenatore e ora sono io quello che i ragazzi devono ascoltare.
Sono io quello che fa i massaggi (dopo che per 8 anni era stato un allenatore/massaggiatore a farlo a me), sono io quello che dà suggerimenti, sono io quello che in macchina dice "state buoni, non fate dgesti dal finestrino" (quando 6-7 anni fa mi entusiasmavo con gare di saluto-al-vicino-di-coda-in-autostrada).
Sono io a trovarmi nel posto che anni fa era "dei vecchi", sono io che mi sento dire da un quattordicenne "tu ormai sei vecchio", sono io che mi sono presentato con la barba di 20 giorni (maledetto me!).

Sono io a rendermi conto che sta cambiando tutto.

Ho una cugina (la prima), mia zia è diventata madre, mia sorella che (anche se ricordo ancora quando ha preso la patente) andrà a convivere.
Il tempo passa e io mi sento un po' come se non riuscissi a stargli dietro, come se avesse una marcia in più di quella che hanno dato a me.

E allora come lo chiudo uno sfogo di questo tipo?

Lo chiudo con la prima (unica) poesia che abbia scritto.
L'ho trovata in soffitta qualche giorno fa, coincidenza curiosa.
La metrica è quel che è.
C'è la mia calligrafia precisa ma tremolante al tempo stesso, c'è la mia firma, e sotto un "bravissimo" firmato dalla mia maestra.

Ero in seconda elementare.


L'arcobaleno è una marea di colori,
un ponte fiammante.
L'arcobaleno è un arlecchino,
invidiato anche dal pettirosso.
C'è il rosso,
una macchia di inchiostro,
l'arancio
un'arancia spremuta,
il giallo
una spiga di grano.
Il verde è una foglia di primavera,
l'indaco un colore disperso.
C'è l'azzurro,
un ciel sereno,
il violetto
un fiore disperso in un prato.


Io adesso sono un po' così, indaco-violetto.
Sono un colore disperso in un prato. E mi basterebbe poco, davvero poco, per trovare una direzione adatta.
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postato da JackDaniels87 alle ore 10:17
martedì, 11 marzo 2008

Ormai (da ieri) sono in cura psichiatrica, è ufficiale.

E' che il mondo è strano sul serio.
E' che quando finalmente ti sentiresti in grado di volare alto, quando finalmente arrivano un po' di belle notizie nell'arco di pochi mesi, ne arrivano anche di pessime. Decisamente pessime.

Non è il momento di fare del vittimismo. Decisamente. Neanche di ridere, però. Purtroppo.

Mi limito a una considerazione, proseguendo quel che scrivevo nell'ultimo post.

Giuro, giuro di nuovo, e prometto, e prometto di nuovo, che quando il periodo no sarà passato non perderò più tempo a pensare "si va bene però potrebbe andare meglio..."

E' il buon proposito del 2008, con 2 mesi di ritardo.

Speriamo di poter cominciare presto.
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postato da JackDaniels87 alle ore 19:24
venerdì, 07 marzo 2008

...per la prima volta, un articolo con la mia firma è finito in edicola.
E' un settimanale locale, da 60mila copie, ma è già un piccolo sogno che si è realizzato.

Oggi poi ho pensato tanto, sono stato fermo in casa per la prima volta dopo tanto  tempo.
Ho ottenuto un po' di conclusioni spiazzanti:

- ci lamentiamo troppo. Quando tutto va tra il benino e il malino (o anche benissimo)  non lo capiamo, lo capiamo solo quando le cose vanno a rotoli. E piangiamo perchè le cose prima andavano meglio. "Si stava meglio quando si stava peggio" è la frase più vera del mondo.

- "Life has a funny way of sneaking up of you", che viene da una canzone, è la seconda frase più vera del mondo. E' così perchè quando si cade veramente in basso lo si fa sempre dal gradino più alto in assoluto. Maledetti.

- Poi si, forse ho esagerato. Tra i mille pensieri, e nel dubbio, mi sono chiesto se Dio esiste effettivamente o no. Come facevo una volta, prima di trovare una mia risposta definitiva (almeno credo) e personale. Gli ho lasciato il beneficio del dubbio, oggi, gli ho chiesto di darmi un segnale, se davvero esiste e se ha voglia di darmi una mano.
Avete presente le manopole che stanno in macchina per variare temperatura e intensità di uscita dell'aria? Sapete che al buio si illuminano no?! Ecco, nella Maramobile non funzionano da mesi. 5 minuti dopo aver fatto questa domanda a un ipotetivo Dio, quelle manopole si sono illuminate.
E' durato per un quarto d'ora circa, quando sono arrivato a casa erano illuminate, ho spento la macchina e quando l'ho riaccesa funzionavano ancora. Un istante prima di rispegnere si sono spente anche loro.
Vorrà dire che il segnale c'è stato, o è una presa per il culo del caso?

Ci penserò, ora l'unico segnale che si può avere è quello di un mio squilibrio mentale, considerando quel che ho scritto qui.

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postato da JackDaniels87 alle ore 20:23
giovedì, 21 febbraio 2008

"C’era una volta in un castello fatato
Una principessa su un cavallo alato
Da quel cavallo, di azzurro bardato,
già il principino era stato inculato

La telecamera si spostò subito sul pubblico, che applaudiva divertito e con le lacrime agli occhi a questo pessimo esempio di comicità moderna.
E questo farebbe ridere?! Che tornassero a studiare i film di Totò o di Buster Keaton…
Con estrema rapidità allungai il braccio verso il telecomando e cambiai canale.
Vedere quello schifo alla tv mi infastidiva sempre. Mi alzai a fatica e andai alla ricerca di un bel film in dvd. Ne avevo ancora tanti da vedere, raccolti per strada durante la famosa “protesta delle videoteche” di 4-5 anni prima, quando il sindaco fu fatto bersaglio di un fitto lancio di commedie italiane di basso livello.
Durante quella protesta non andarono per il sottile e tra i tanti lungometraggi degli anni ’70 lanciati contro la giunta comunale finì anche qualche bel pezzo di storia cinematografica italiana. Quella sera andai a ripescare dal mio personale magazzino “Ieri, oggi e domani…” e stavo proprio osservando con estrema attenzione il dialogo tra la conturbante Sophia Loren e lo studente del seminario quando fui distratto dagli urli che provenivano dalla strada.
Mi diressi con calma alla finestra e guardai fuori. Mi avvicinai per evitare con la testa il riflesso del lampadario; arrivai così vicino da far appannare il vetro.
Non potevo credere ai miei occhi: era maggio, eppure nevicava.
Un gruppo di bambini stava correndo a tutta velocità verso la collina su cui sorgeva il monumento al fondatore della città: il primo della fila aveva già recuperato lo slittino dal garage e non aspettava altro che la neve coprisse la superficie fino a formare uno spesso strato ghiacciato.
E’ questo ciò di cui non mi riuscivo a capacitare: la neve a contatto col terreno non si scioglieva. Sembrava la neve che si vede nei film, che cade sul ghiaccio e quindi si accumula velocemente.
Bella, natalizia, da cartolina.
A maggio.
Non riuscivo a capacitarmene e la mia inquietudine salì ancor di più quando infilai gli occhiali da vista per guardare un po’ più lontano, al termometro della farmacia: segnava 17° C.
Diciassette gradi?!?!?
Nevica con diciassette gradi, la neve non si scioglie e se ne stanno tutti fuori felici?!?!
I genitori dei bambini erano usciti di casa insieme ai figli, dapprima incuriositi pure loro, poi sempre più soddisfatti. Ridevano rilassati e si scambiavano energiche pacche sulle spalle.
Mi pizzicai. Ero sveglio.
Iniziai a pensare che quel 17 fosse un simbolo nefasto. La fine del mondo mi aveva colto nel giorno peggiore, proprio quando avevo la caviglia ingessata.
Mi stavo convincendo che si rendeva necessario prendere le stampelle e scendere le scale, per verificare di persona cosa stesse accadendo fuori, quando rimasi davvero colpito.
La signora del piano di sotto, una arzilla vecchietta con le gambe arcuate e il peso degli anni ben visibile sulle spalle, cadde a terra a due passi dall’ingresso del condominio. Nessuno si avvicinò a lei, tutti ridevano.
Quando un ragazzo volenteroso si avvicinò a lei, e la aiutò ad alzarsi, sbiancai.
Perdeva sangue dal naso, seppur in maniera lieve, ma il ragazzo non sembrava intenzionato a fare altro che a darle delicati buffetti sulla guancia. Decisamente basito saltellai fino a prendere le stampelle, uscii dal mio appartamento al primo piano e mi chiusi la porta alle spalle. Mi fiondai giù per le scale alla maggior velocità possibile e quando mi trovai anch’io in strada, insieme al resto del paese, tutto divenne più chiaro.
I più attivi si erano già procurati degli striscioni bianchi con slogan dai mille colori dipinti con le prime bombolette spray trovate in casa: “La manna dal cielo”, “La neve dei poveri”.
Mi si avvicinò Pierino, il vecchio ubriacone del bar della Chiesa, e mi spiegò lui come va la vita a questo mondo.
Ti ricordi cosa diceva Gigione al bar quando si parlava della droga in Parlamento?! E ti ricordi che Palì gli dava corda? Li vedi adesso? Palì è là in fondo col naso piantato nella “neve”, e Gigione si sta facendo curare dalla moglie perché non si regge più in piedi… Quando si fa i moralisti riguardo la cocaina lo si fa solamente per invidia, perché non ce la si può permettere… solo i ricchi possono, loro sono signori perché sniffano, io che invece posso solo bere sono un povero alcolizzato… vero?? Ma se di solito possono solo i ricchi, oggi possono tutti!!!
Aprì il pugno davanti a me, lo avvicinò al naso e fece quello che stavano facendo tutti.
Per un giorno, finalmente, non era lui il diverso, quello che fa le cose immorali perché diverse dagli altri. Quel giorno era immorale essere sani, evidentemente.
Stavo osservando con rinnovato stupore i 2 elicotteri che, fermi sopra la mia testa, stavano spargendo cocaina sulla città, come fossero mezzi dei vigili del fuoco durante un allarme incendio. La cocaina scendeva lenta, come la neve, e a tratti solleticava anche il mio naso.
Fu proprio in quell’istante con la testa rivolta all’insù che sentii una voce chiamarmi:
”visto?”
“Sto vedendo… sei stato tu?”
“E chi altri, sennò?”
“Tu sei un folle… ti rendi conto di quel che stai combinando? E chissà quanto hai speso! Comunque è innegabile che hai vinto tu la scommessa… ti pagherò da bere domani sera!”

Mi guardò con un sorriso beffardo, l’inquietante ghigno di chi farebbe di tutto per vincere, anche al torneo condominiale di Briscola chiamata.
Per forza che mi pagherai da bere… te l’avevo detto io, che se avessi voluto sarei stato capace di mettere in riga il paese! Altro che la giunta comunale, altro che le rivolte delle videoteche…
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postato da JackDaniels87 alle ore 09:40
giovedì, 24 gennaio 2008

Una sera di fine giugno, quasi 3 anni fa, mi ritrovai steso sotto la luna nel campo, dietro casa mia.
Che a distanza di 3 anni il campo che coltivavamo sia stato sostituito da una "splendida" strada piena di lampioni è un altro discorso.
Era il 30 giugno e io me ne stavo lì, da un lato placido e tranquillo sull'erba fresca e dall'altro tormentato e con una gran voglia di piangere. Mi mandava degli sms una persona che cercava di consolarmi e aveva anche altri fini.
Che a distanza di 3 anni, dopo esserci inseguiti a periodi alterni, non ci si senta più è un altro discorso.

Quella sera stavo male, indubbiamente.
Lo considero il mio periodo peggiore.
Quando credi che tutto sia bello, nonostante alcune cose che devono capitare perchè "così è la vita", e poi ti accorgi che è tutto finto ci rimani malissimo.
Cresci, si dice.
A volte avrei tanto preferito rimanere bambino allora, sapere che almeno a casa, anche quando fuori qualcosa non va, sei al sicuro.
In alcuni casi a casa non sei al sicuro, vivi in un castello di sabbia che non aspetta altro che di caderti addosso.
Così è stato, così è capitato.
Scoprendo che non è tutto rose e fiori si cresce, no?
Meglio, meglio.
Quella sera allora stavo crescendo bene.

Pochi giorni prima invece, lo ricordo come se fosse ieri, uscivo con una ragazza che probabilmente nel suo ambiente farà strada. Lo pensavo allora e lo penso ancora, gli addetti ai lavori la conosceranno per forza.
Dopo il mio classico allenamento ci eravamo visti, all'ombra del salice che affiancava la casa in cui in quel periodo "viveva" lei.
Era il giorno in cui avevo sentito i primi segnali di qualcosa di veramente brutto in casa, erano i primi segnali di crescita, se vogliamo continuare a dire che stando male si cresce.

Stavo bene con lei.
I sentimenti negativi si annullavano con la sua presenza.
Era uno di quei momenti in cui non ti chiedi niente. Un momento in cui non hai nulla a cui pensare.
E' apatia? Forse.
Si che è un momento in cui non ti chiedi se stai bene o se stai male.
Stai e basta.
A un certo punto mi stupì, in negativo.
Mi disse che aveva pensato a me ascoltando una canzone, che le faceva pure schifo.
"Grazie eh, sono contento di far schifo..."
Ricordo che risposi così.
Lei prese il suo lettore mp3, ascoltò una traccia senza parlare e io rispettai il suo silenzio.
Ci guardavamo fisso negli occhi. All'improvviso rise.
"43 secondi. Ascolta Semplicemente fino ai 43 secondi. lì c'è una frase che ti ho sentito dire una volta. Mi colpì detta da te, me la ricordavo. Ora qualcuno la canta"
Mi incuriosì il modo in cui mi disse questa cosa.
Ascoltai la canzone fino ai 43 secondi.
Non mi ricordavo di aver mai detto quella frase.
Lei qualche giorno dopo mi spiegò nel dettaglio dove ci trovavamo quando lo dissi, e mi spiegò anche a chi lo dissi. Mi venne in mente qualcosa, ma mi accorsi davvero di quanto quella frase mi calzasse a pennello un giorno in cui mi fu chiesto di spiegare perchè secondo me è giusta "la seconda possibilità".

In tutto.
Io credo nelle seconde volte, credo nelle seconde possibilità.
Credo nelle rivincite.
Credo nel fatto che se tu perdi una partita a cui tieni molto, alla rivincita ti presenterai incazzato nero.
Credo nel fatto che sia giusto dare delle seconde opportunità a chi sbaglia, perchè io stesso vorrei avere la possibilità di dimostrare che sbaglio una volta sola e poi imparo la lezione.
"Se non ti cerco non vuol dire che mi hai perso".
Già, vale in tutti i sensi quella frase per me.
Per le cose e per le persone, perchè se qualcuno mi delude la seconda possibilità da me l'avrà. Sempre.
Allo stesso modo, se io non mi faccio sentire da chi mi va a genio non è perchè non voglio avere rapporti.
O è perchè penso che romperei le palle, e non mi va, o è perchè... no. non c'è un altro perchè.
Quando non mi faccio sentire è solo perchè ho paura di passare per rompicoglioni.
Piuttosto che rischiare sto zitto.

Tutto questo per dire che ci sono un po' di persone a questo mondo per cui nutro della stima autentica.
Alcune di queste si sono allontanate, per un motivo o per l'altro.
Quelle persone trovano la porta spalancata quando vogliono.
Sono altre le persone a cui chiudo il portone in faccia.
Purtroppo, queste persone sono troppe.
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postato da JackDaniels87 alle ore 20:26
domenica, 13 gennaio 2008

Voglio
Solo
Scoppiare.

Non
Chiedo
Di
Meglio.
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postato da JackDaniels87 alle ore 15:24
sabato, 12 gennaio 2008

I miei genitori, lo so, quando andavano a ballare da giovani si mettevano d'accordo un sabato per l'altro.
Non si mandavano 28 sms al giorno, non stavano mezz'ora al cellulare ogni pomeriggio, non si vedevano ogni sera.
Uscivano un giorno a settimana e non si facevano problemi di questo tipo.
Lì si balla, lì ci si trova.
I miei nonni quando uscivano facevano la stessa cosa.
Prima probabilmente la vita era ancora più diversa rispetto a oggi.

Oggi sono nero e l'unica cosa che dovrei fare sarebbe spegnere il cellulare.
Sono nero e so che i prossimi 3 sms che usciranno dal mio N70 sputeranno fuoco e fiamme.
E' che quando dico che non cercherò mai più nessuno, mi impegno.
Lo dico e lo voglio fare.
Per 5-6 giorni tutto va alla grande e poi quella persona scrive a me.
Vuoi dare un segno? Non rispondere.
E invece no.
Mi hanno insegnato che si risponde sempre, anche solo "ok".
Mi hanno insegnato che non ci si tira indietro.
A quel punto, da persona tutta d'un pezzo, dovrei dire "basta, facciamo che questo sarà il nostro ultimo sms? poi ognuno per la sua vita!"
La risposta sarebbe "va bene", e io non ho mai capito se ci starebbe male davvero o se farebbe solo finta.

Rimane il fatto che  io invece tutto d'un pezzo non sono, io sono il Don Abbondio di oggi, un vaso di coccio.
Diventano tutti d'acciaio a contatto con me.
Mi arrampico sugli specchi, scrivo, dico tante cose che non sono neanche ben chiare.
E lo faccio per cosa?
Per far scattare cosa?
Cos'è che mi fa paura quando devo scrivere "poi ognuno per la sua vita?"
Io non lo capisco, non l'ho mai capito.
Sono debole.
Forse questa è una soluzione.
Stronzo, come tutti dicono, ma debole.

Debole poi lo dico adesso.
Debole lo sono quando le cose non vanno.
Debole perchè mia nonna sta male.
Debole perchè la vita della "famiglia" senza di lei sarà un inferno.
Debole perchè con questi amici è un casino.
Debole perchè i soldi sono pochi.
Debole perchè il futuro è incerto.
Debole per tutta una serie di cose.
Debole per quello che sono costretto, mio malgrado, a vedere.
Spesso e volentieri.
Sono debole quando le cose non vanno, appunto.
E' qui che si vede la debolezza.
Quando tutto va sono forti tutti.

Ho smesso di scrivere per qualche minuto qui, per lasciare ai fatti il tempo di evolversi.
Tra le parole lette discorsi come "L'ho sempre saputo! Vuoi che un ragazzo come te non abbia
nessuna che gli va dietro?!"
Nel momento in cui ho scritto "va a cagare!" forse ero più lucido che mai.
Per un attimo ero la persona che vorrei essere.
Mi ha risposto "beh scusa! vacci te!" e la solita faccina che ride.
Maledetta sia la nostra generazione di emoticons.
Venderei il mio "asd" al diavolo, se servisse a liberarci dalla tecnologia.

Ho voluto metterci una mia parola, di nuovo, l'ultima.
Solo i deboli vogliono avere l'ultima parola.
"Lasciamo perdere va..."
Conosco il pollo, so che non risponderà più.
Sono in effetti passati 20 minuti e non arrivano risposte.
Hai le palle, caro mio?
Se le hai, la parentesi che hai deciso di chiudere il 6 gennaio si chiuderà definitivamente oggi.
E' quasi sicuro.
Se non hai le palle invierai un altro sms fasullo prima di sera.
Purtroppo so che non hai le palle.
Perlomeno, tirala un po' per le lunghe.
Tiratela un po'.

Se riesci, meglio, per sempre.
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postato da JackDaniels87 alle ore 11:39
martedì, 08 gennaio 2008

Sono rientrato da poco.
Ho dormito solo 3 ore per poi sbrigare delle faccende fuor, che come al solito mi hanno rovinato le ultime giornate.

"La verità è che sono cattivo, ma cambierà, io cambierò"
Questo è Trainspotting. Mi sono accorto che la vita va sempre così. Che quelle sono frasi buttate al vento, e che ogni volta che ti carichi in spalla uno zaino pieno di ottimismo poi qualcosa ti riporta indietro.
"
La verità è che il 2007 è stato un po' così, ma il 2008 cambierà, io cambierò"
E' bello esserne convinti, io ci ho provato e continuo a provarci tutt'ora, ma non cambierà. Io non cambierò.
Siamo legati a doppio filo alla vita che abbiamo, alla vita che avevamo e alla vita che avremo. Un capodanno non cambia niente.
Io mi godo certi sms che arrivano, alcune parole che mi hanno già fatto piacere in questi pochi giorni, penso che nello sfigato 2007 non sarei arrivato a 18 nell'ultimo esame, ma mi sarei fermato a 17.
Ma quando porto tutto questo sul piatto della bilancia e lo metto a confronto con "il resto del mondo", con le inculate e le rotture che mi ha già dedicato l'anno nuovo, mi rendo conto che l'equilibrio non c'è ancora.
Stanotte ho fatto un sogno ridicolo, ma brutto. Per una volta me lo sono ricordato.
Probabilmente è un sogno durato tutte le 3 ore di sonno.
Stamattina era la solita merda.
Dico sempre "d'ora in poi deciderò io se esserci o no, se aiutare chi chiede o no".
Lo dico sempre e non lo faccio mai.
"Sarà l'ultima volta".
Non è mai vero un cazzo.

Ma sono stanco.
Punto.

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postato da JackDaniels87 alle ore 21:59
venerdì, 04 gennaio 2008

"Ho messo via un pò di legnate
i segni quelli non si può
che non è il male nè la botta
ma purtroppo il livido"

Cesenatico.
Fine dicembre, tempo di feste.
C'è un bambino, dimagrito negli ultimi anni ma ancora un po' grassoccio e con le gambe storte, che cammina.
Cammina al fianco di mamma e papà. Procede con passo fiero.
E' contento. Respira l'aria di Natale, guarda il porto illuminato, osserva il presepe su una piccola barchetta.
Il papà lo porta in un bar. Si respira sport, si respira entusiasmo. Quel bambino spalanca i polmoni e si lascia inebriare dal clima positivo che lì non manca mai. Un ragazzo di Cesenatico sta diventando un corridore professionista, sta inseguendo il sogno della sua vita.
Quel ragazzo ha lasciato al bar la sua prima bici, la sua maglia, qualche trofeo. E' pienodi sue foto. Non è ancora nessuno, ma ha talento e voglia e ai suoi compaesani basta già questo.
Quel ragazzo si chiama Marco.
Entusiasmato da quel che ha visto, quel bambino prosegue insieme ai genitori nella passeggiata. Uscendo dal bar alza di poco lo sguardo.
Un gabbiano nottambulo si alza in volo e si va a poggiare sul presepe, nel punto più alto.
Pochi anni dopo anche il ragazzo Marco riuscirà a volare là. Nel punto più alto.
E' ormai tardi quando il bambino entra nella Renault 4 del papà. Si siede dietro e si mette subito a cercare gli alberi di natale illuminati.
Lancia la classica sfida ai genitori, vuole vedere più luminarie di loro.
"ecco quell'albero!"
"ecco quelle luci alla finestra!"
"là c'è un arbusto addobbato!"
Quel bambino cerca un alberone gigante, un'illuminazione che valga doppio.
Tiene il conto dei punti ottenuti dalla mamma e dal papà, si esalta per essere in vantaggio.
Gli piace ascoltare la mamma e il papà che parlano. A volte in macchina finge di dormire e li ascolta nei loro discorsi in dialetto.
In vantaggio nella classifica, lascia cadere la testa indietro per un istante e chiude gli occhi.
Ascolta le voci dei genitori e quando la mamma gli pone una domanda, fa finta di non sentire.
"S'è addormentato..." dice il papà.
"Dorme sempre, quel coglione..." osserva la mamma.
Voleva aprire gli occhi all'improvviso quel bambino, voleva fare una scherzo alla mamma, voleva solo tirarsi su di scatto e vederla ridere.
Fece finta di non aver sentito veramente, invece.
Una piccola lacrima scese lungo la sua guancia e cadde sul suo giubbotto col pelo attorno al collo.
Non aprì più gli occhi fino a casa, convinto che dopo sarebbe stato tutto come prima.
Una volta sceso dalla Renault 4 blu, però, la mamma aveva una faccia diversa. La mamma dopo quella frase era un po' meno mamma e un po' più estranea.
Il giorno dopo quel bambino si guardò alla specchio e vide qualcosa di diverso anche nella sua stessa faccia.
Quel bambino si sentì per la prima volta colpito da una legnata.
Non fu che la prima di una lunga serie, e ogni volta, guardandosi allo specchio, gli sembrava di scorgere un nuovo segno.

Passato qualche anno anche il ragazzo Marco, dopo aver volato, prese una legnata.
Superò quella legnata e proseguì, proprio come il bambino.
Alternò il volo a nuove legnate fino a quando riuscì, proprio come il gabbiano di Cesenatico, a volare fino al punto più alto.
Il giorno della consacrazione, quello in cui tutti dovevano rendersi conto che il suo posto era quello, gli arrivò una nuova legnata.
"ne ho passate tante, ma dopo questa non mi rialzerò più" disse.
Marco non si è più rialzato.
Chissà che fine ha fatto quel gabbiano di Cesenatico, chissà se a distanza di 10 anni volava ancora davanti al bar degli amici di Marco. Chissà se ha smesso di volare presto o se ha smesso solo quando ha smesso anche marco.
Chissà se anche quel gabbiano ha preso delle legnate dalla vita, e chissà se anche lui le ha messe via per ripartire.
Chissà se anche quel gabbiano di Cesenatico, specchiandosi nell'acqua del mare, notava dei segni nuovi vicino al becco.
Marco non si  più rialzato.
Per 5 anni ha vissuto una non-vita, e poi si è lasciato andare in una camera di motel.
Chissà se guardandosi allo specchio, in quel bagno d'albergo, notava anche lui tutti i segni che non aveva potuto mettere via.
Chissà qual era quello che gli faceva più male, chissà se era l'ultimo o se era la somma di tutti.

Quel bambino intanto era cresciuto e venne a sapere dell'ultima legnata del ragazzo Marco mentre era al cinema.
Pianse e la mattina dopo inforcò la sua bicicletta, con una rabbia che negli ultimi mesi non aveva mai.
Le legnate sono sempre dietro l'angolo e quel bambino ne sentì altre nei mesi a venire, forse meno pesanti di quelle di Marco, forse meno pesanti di quelle del gabbiano.
Non è il male nè la botta, è veramente il livido.
Perchè è il giorno dopo che la legnata fa male, è il giorno dopo che si sentono le ossa rotte.
Quel bambino aveva tutta una serie di sogni che sono state segati a metà dalle legnate.
Quel bambino si è ritrovato a 18 anni a non avere più dei veri sogni nella vita, a non avere più qualcosa a cui affidarsi, qualche illusione da cui lasciarsi cullare.
Quel bambino ha ricordato a sua mamma quella volta che lei gli ha dato del coglione, ma lei ha fatto finta di non sapere. Chissà se non ricorda più davvero. Il tempo cancella i segni solo a chi le dà le legnate, mai a chi le riceve.
Quel bambino a 20 anni non ha illusioni a cui stringersi, sogni con cui scaldarsi il cuore in inverno.
Quel bambino a 20 anni si accontenta di qel che passa in convento, di quel che offre la vita, perchè smettere di cullare delle speranze è un po' come indossare un'armatura.
Quello che ti aspetti non fa male, e non vale la pena di volare troppo in alto, se poi cadendo ci si spacca la testa.
Le illusioni vanno chiuse in un cartone e lasciate lì. Lì non fanno mai male.

Quel bambino a 20 anni torna a Cesenatico all'inizio dell'anno nuovo.
Odia le feste.
Chissà se è un retaggio della prima legnata della sua vita, chissà se è l'insieme di legnate incassate e messe via nel corso degli anni.
Chissà se i suoi familiari nell'anno nuovo avranno la salute, chissà se la ragazza che lo cerca lo cercherà ancora quando lui si potrà concedere, chissà se farà gli auguri a quella persona che non sa se tenere nella sua vita o meno. Chissà se quella persona gli mollerà l'ennesima legnata, o se si preoccuperà di curare tutte le ultime ferite.
Lasciandosi per un po' cullare da tutti i suoi "chissà se...", quel bambino nota un gabbiano che si avvicina a lui. Rimane fermo, con la speranza di vederlo avvicinare fino a pochi passi.
Non ha nulla di commestibile da lanciargli; tenta di farlo avvicinare con piccolissimi movimenti della mano. Sembra riuscirci fino a quando il gabbiano si stanca, emette un suo verso da gabbiano e si alza in volo.
Sale subito alto, e va a colpo sicuro fino a una barca attraccata poco lontano. Si ferma e, non soddisfatto, riparte e si va a posizionare un po' più in alto.
Chissà se è ancora lo stesso gabbiano di 15 anni prima.
Chissà se il ragazzo Marco aveva mai visto quel gabbiano, e si era soffermato pure lui a guardarlo.
Sarà quasi sicuramente un gabbiano diverso, che però si comporta come l'altro.
E si comporta come tutti.
In fondo il gabbiano non è molto diverso dall'uomo.
Le legnate esistono da sempre, e da sempre l'uomo dopo averle prese, seppur segnato, si è rialzato.
Anche nei giorni peggiori vale la pena di volare inseguendo un sogno, anche se quasi sicuramente quel volo significherà cadere di schiena.
Ripartire all'inizio dell'anno da un luogo conosciuto è forse il modo migliore per ricominciare a lasciarsi cullare dai sogni.
E allora quel bambino riprende il cartone che aveva messo da parte, là dove non fanno male, per farsi di nuovo spingere in alto.
Quelle illusioni l'hanno fatto crescere, male non faranno.
Tutt'al più, gli lasceranno qualche segno in più a far compagnia agli altri...

"Ho messo via un pò di illusioni
che prima o poi basta così
ne ho messe via due o tre cartoni
comunque so che sono lì"


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