“Già fatto!”
“E sarebbe?!?!”
“Nah… se te lo dico, poi non si avvera!”
A 18 anni i ragionamenti non fanno una piega. Cioè, magari la fanno, ma è semplice, elegante e sbarazzina, come la frangetta che ti copriva gli occhi, Giada. Eri sempre stata così, vispa e allegra, brava e solare, diligente ma alla mano. La puzza sotto il naso non aveva certo domicilio in te, e nemmeno ci passava i weekend. Semplicemente eri bella, intelligente e genuina.
Eri, appunto. Una volta. Quando Sarno non era ancora stata coperta dal fango, quando Pantani affrescava il suo capolavoro sul Galibier, quando Rifondazione provocava la caduta del governo, quando John Frusciante rientrava nei Red Hot, quando i ragazzi giocavano a pallacanestro e calcetto mentre le ragazze si sognavano provette Heidi Klum e spettegolavano sul fidanzatino della Giuliona e sulle neonate basette del Bargilli.
Non sembrerebbe passato così tanto tempo rispolverando i ricordi; ma vedere i fisici scolpiti dalla pubertà, ,le barbe improvvisamente comparse e fondotinta a profusione porta alla realtà, agli anni che passano e lasciano un segno, una scia. E’ una semplice traccia sull’aspetto esteriore, su quel corpo che è solo l’involucro delle emozioni, di solito; altre volte il solco del tempo è più profondo, è una scia che segna dentro e lacera l’anima.
Per te, Giada sorridente, era così, un mutamento interiore; le colpe esistono? A volte le si cerca a tutti i costi, cercando di rispondere a domande che risposte non ne hanno, a quesiti irrisolvibili; per te le colpe erano molteplici. Di chi t’aveva messa al mondo per poi fuggire, di chi t’aveva cresciuta sotto una finta cappa d’amore e di speranza, di chi una volta sviluppata ti ha strappata alle tue radici.
Grazie a loro per le situazioni imbarazzanti, per i trasferimenti, a destra e a manca, per essere sbattuta di qua e di là, come un tappeto, come una pallina da tennis;grazie per imbarazzo, disagio, vergogna, voglia di pace interiore; grazie per la paura, per le masturbazioni mentali; grazie per la frenesia quotidiana; grazie per l’anoressia. L’anoressia. Quella bestia che ti devia, che rende nemico ai tuoi occhi tutto ciò che ti dà forza, che ti aggredisce quando sogni di superare tutto. Lei, che ti ha strappato il sorriso, la luce negli occhi, il corpo da pin-up; lei, che ti fa maledire la torta del tuo compleanno, con le 18 candeline appena spente.
“Hai ragione, meglio che non ce lo dici, il desiderio è tuo!”
“Già! Scusate, ho bisogno di andare un attimo in bagno! Non ho più molta fame, la torta forse la mangio dopo…”
C’è il sole Giada, lo vedi? Sei maggiorenne ora, hai amici e parenti in casa, è un ottobre primaverile. Forse stavolta la vita ti sorride. Cosa c’è che non va nemmeno ora? Cosa emerge da quel solco nel tuo cuore, cosa c’è nella tua realtà interiore che anche adesso ti porta fuori dai binari?
Guardi la finestra. Ti ci siedi. Appoggi la mano tremolante al telaio. Fai forza su tricipiti e quadricipiti. Ti alzi in piedi. Sei ingobbita per non sbattere la testa. E adesso?
Il busto si abbassa, le ginocchia si piegano, le mani ondeggiano, i polpacci si contraggono, il baricentro scende, il peso è tutto sui talloni.
Poi un gemito. Una spinta. Le mani che scattano in avanti. Le gambe che si stendono. I polpacci che si allungano. Le punte dei piedi che non spingono una ballerina col tutu, ma due giovani e grandi occhioni tristi.
Urla attorno, grida, panico, sirene, barelle, ossigeno.